lunedì, Giugno 17, 2024
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Alla ricerca dell’essenza. Intervista al regista di teatro Giuseppe Malandrino

Una conversazione informale: dai primi approcci al teatro, al valore umano che recita

Giuseppe Malandrino, regista e insegnante di teatro, è nato a Salerno nel 1968. Ha curato la regia di diversi spettacoli teatrali, tra i quali “Psicosi delle 4 e 48” di Sarah Kane, “La Cerimonia” di Genet, ancora, “Madame Lucienne” di Copi e “Carnalità” di autori vari. Cura, inoltre, laboratori teatrali, anche con persone disabili.

Giuseppe Malandrino

Come è avvenuto il tuo primo incontro con il teatro?

Da ragazzino assistetti ad uno spettacolo teatrale amatoriale, in compagnia di mia sorella, nel quale recitava una sua amica. Non rimasi colpito tanto dalla commedia in sé, tanto quanto dalla scoperta dell’ambiente dietro le quinte. Quando siamo andati a salutare la sua amica rimasi incantato da quella atmosfera. Entrai in questa sala nella quale c’erano delle cassette da mercato e vecchi comodini, sui quali erano poggiati i trucchi per gli attori. I costumi di scena erano sparsi, appesi ovunque, e c’erano delle lenzuola che separavano gli spazi dello spogliatoio improvvisato. Rimasi incantato dal dietro le quinte, così diverso da come lo immaginavo.

Da quell’episodio come ti sei avvicinato praticamente a questo mondo?

Da allora mi è scattata la curiosità di scoprire sempre più il mondo del teatro.
Dopo qualche mese ho deciso di iscrivermi all’Accademia teatrale Capitol di Salerno, diretta dall’attore Carlo Croccolo, e dal drammaturgo Ruggero Cappuccio. Una scuola di teatro in cui si insegnavano diverse arti, come canto, danza, scherma, dizione, recitazione, storia del teatro, regia e scrittura teatrale. Il drammaturgo e attore Francesco Silvestri, che insegnava all’accademia scrittura teatrale, ci fece conoscere la “Nuova drammaturgia napoletana“, nata dopo la morte di Eduardo De Filippo. Grazie anche alla passione dell’insegnate mi appassionai proprio alla Nuova drammaturgia.

Ci parli un po’ della Nuova drammaturgia napoletana?

Dopo la morte del grande Eduardo, alcuni autori hanno scritto nuovi testi che raccontavano la realtà contemporanea degli anni ’90. Temi come la criminalità organizzata, l’AIDS, l’omosessualità, la prostituzione, la solitudine, l’emarginazione dei più fragili, erano presenti in gran parte dei copioni. I principali scrittori erano Enzo Moscato, Annibale Ruccello, Manlio Santanelli, Ruggero Cappuccio e Francesco Silvestri. Tutti accomunati dalla provenienza campana, ognuno con un proprio stile peculiare. Questi testi erano normalmente scritti in napoletano e ispirati maggiormente al drammaturgo Raffaele Viviani, sebbene meno famoso di Eduardo De Filippo.

Come mai rimanesti colpito dalla Nuova drammaturgia napoletana?

Perché raccontava temi più di nicchia, anche scabrosi, lontani dalla borghesia. Mi piaceva la forza dei temi trattati, la crudezza, senza ipocrisia e moralismo. Veniva raccontata la crudele realtà così com’era, senza filtri ipocriti e morali.

Hai mai desiderato fare l’attore?

No, non ho mai amato essere sotto i riflettori. Mi è sempre piaciuto maggiormente stare dietro le quinte perché ho sempre subito il fascino di ciò che non si vedeva in scena, di ciò che stava dietro, la preparazione. Così ho iniziato a mettere in scena spettacoli di drammaturgia contemporanea. Non è stato facile, e non lo è ancora, poiché anche il teatro è soggetto al mercato, e si ha difficoltà a rappresentare testi di autori meno noti, poiché non garantiscono il successo. Si prediligono maggiormente spettacoli di scrittori molto conosciuti.

Scena tratta dalla Commedia “Carnalità”, regia di Giuseppe Malandrino

Ti piacerebbe raccontarci il tuo primo lavoro?

Il mio primo lavoro si intitolava “Segreta”, rappresentato con l’associazione ‘Traccedombra’. Era una rappresentazione di quattro monologhi di Moscato, Silvestri, Santanelli e Ruccello. Ricordo che ero emozionatissimo, ma allora ero più incosciente di ora. Successivamente, con l’esperienza, il timore paradossalmente è cresciuto sempre più, poiché ho capito che fare teatro è molto faticoso e complesso. Man mano che aumentava l’esperienza è aumentata anche la responsabilità. Ho capito che questa è un’arte nella quale non si può assolutamente improvvisare. Sia per quanto riguarda i registi che gli attori, trovo necessario frequentare scuole di teatro.

Quali sono i tuoi maestri di riferimento?

Ammiro molto Artaud, Carmelo Bene e Leo De Berardinis. Sono molto diversi tra loro, però propongono un teatro non accomodante, non confortante, ma che ci pone domande scomode sulla nostra esistenza.

La compagnia di Leo de Berardinis in scena

Ci hai detto che conduci anche diversi laboratori teatrali, ce ne parleresti?

È sempre un’esperienza meravigliosa, nella quale anch’io ho la possibilità di imparare dalle persone che frequentano il laboratorio, osservandole e ascoltandole. Per loro è un piacevole viaggio per venire a contatto con sé stessi, e conoscersi meglio. Il mio primo (e ultimo) obiettivo è quello di far esprimere le emozioni a chi partecipa, senza minimamente giudicare. L’importante è la libera espressione di sé stessi.
È, comunque, la cosa più difficile, poiché è mettersi a nudo, e normalmente si è inibiti a causa delle proprie resistenze, superate le quali si ottengono “attimi di verità”.

In molti credono che per fare teatro basti avere un bel aspetto ed essere simpatici, ma il teatro non è egocentrismo, non è mettere in mostra sé stessi, ma è esprimere la propria essenza, ciò che si ha dentro, e non la propria apparenza. Paradossalmente il teatro non è l’esaltazione del proprio narcisismo, ma è la profonda ricerca ed espressione della propria essenza. Credo che sarebbe molto utile per i ragazzi, insegnare il teatro nelle scuole.

Dicevi che hai organizzato anche laboratori con persone diversamente abili.

Si. È stata un’esperienza interessantissima, molto gratificante e credo sia stata molto di aiuto anche per loro. È stato molto semplice, a dire il vero non ho avuto nessuna difficoltà in più, grazie al loro impegno enorme, e soprattutto il loro entusiasmo. Si percepiva la serenità che provavano durante le lezioni e questo mi rendeva molto felice.

Cosa consiglieresti ad una persona che desidera avvicinarsi al teatro?

Il mio consiglio è quello di studiare molto. Studiare, studiare, studiare! Solo attraverso lo studio si può conoscere la complessa e magica macchina teatrale. Leggere testi e assistere a spettacoli teatrali. Assecondare la propria curiosità. È importante, a mio avviso, interessarsi alla cultura e all’arte in generale, che sia vedere film, o assistere a mostre di pittura o fotografia.

Hai qualcosa in programma prossimamente?

Si, vorrei mettere in scena un testo, di un autore contemporaneo, di cui mi sono innamorato. A dire il vero, in questo momento, sto cercando attori e attrici giusti per la rappresentazione di questa commedia nera.

Ci vorresti parlare dell’autore e di questo testo?

No no no, sono molto scaramantico e quindi preferisco tacere per il momento.

Per concludere, pensi che il teatro sia sul viale del tramonto?

Assolutamente no. Nulla può sostituire la peculiarità del teatro, che consiste nel rapporto diretto tra gli attori e il pubblico. Il teatro è un’arte antichissima che è sopravvissuta a ben altro, e in ogni caso, è un qualcosa di unico, di magico che non smetterà mai di sedurre l’essere umano.

Qui puoi trovare un libro interessante su Eduardo De Filippo.

Attilio Malandrino
Attilio Malandrino
Laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali. Ho una grande passione per la musica e per lo sport, che ho sempre cercato di coltivare nel mio tempo libero e credo che entrambe le discipline possano avere un impatto significativo sulla società e sulla vita delle persone. Sono sempre alla ricerca di nuove opportunità per crescere e migliorare nelle mie passioni.

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