giovedì, Luglio 18, 2024
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Come si valutavano un tempo le opere d’arte?

Più o meno tutti sono convinti che la categoria professionale degli artisti costituisca una specie a parte, distante dal resto dell’umanità.

Ma di base l’arte, come qualsiasi altra merce, dipende tanto dall’esistenza dei produttori quanto da quella dei consumatori. Ogni tipo d’artista ha il destino segnato. La sua sussistenza materiale è strettamente collegata alle disposizioni non soltanto del committente, ma in generale deve tenere conto e deve tenere su di sé gli occhi del pubblico. È un rapporto complesso. Chi fa vuole essere guardato. Chi guarda vuole avere per sé.

Un tempo, però, era difficile per l’artista negoziare con i clienti. Soltanto a partire dal Cinquecento gli artisti affermarono che il compenso per un’opera d’arte doveva essere in relazione all’ingegno e non soltanto più al tempo occorso per la sua esecuzione.

Non ancora emancipati, gli artisti non riuscivano a ritagliarsi una posizione di forza. La concorrenza era durissima. Per arrotondare le entrate, erano costretti a ogni sorta di ripiego. Quando la transazione era critica, se non infattibile, facevano quel che potevano per alleviare le difficoltà: organizzavano aste, offrivano i loro quadri alle fiere, nei mercati pubblici. Alcune opere d’arte venivano addirittura affidate a venditori ambulanti.

Messi in isolamento, banditi dalle vendite, costretti a legarsi contrattualmente con i mercanti d’arte, gli artisti vivevano in condizioni spesso disastrose. Non esisteva equilibrio tra offerta e domanda. Tutto restava al di fuori delle loro possibilità. In molti cercavano rimedio in un secondo lavoro, in occupazioni anche del tutto estranee al loro mestiere di partenza. Talvolta perfino i grandi artisti tentavano la fortuna e sperimentavano altri affari. A causa di tutto questo, continuava ad essere diffusa nel pubblico la poca stima per la professione dell’artista.

San Giovanni Battista giacente, Caravaggio

Nell’antichità gli artisti erano sul fondo della gerarchia sociale.
Chi guadagnava denaro col lavoro manuale – così era considerato il lavoro dell’artista – non era diverso dagli artigiani. Tutti venivano pagati settimanalmente o a giornata; il loro guadagno dipendeva dagli elementi utilizzati nell’opera e dal tempo speso per l’esecuzione della stessa.

Solo quando si cominciò ad acquisire coscienza della differenza tra artigiano e artista, si perse l’usanza di pagare gli artisti secondo le norme valide per i lavori d’artigianato.
Il prezzo veniva fissato in base al calcolo dei giorni lavorativi occorrenti per dipingere, scolpire e costruire un’opera d’arte. Altre volte, invece del pagamento in contanti, gli artisti usavano scambiare i loro prodotti con altre merci.

Di queste e di altri pagamenti in natura – argenteria, mobili, gioielli, frutta – l’artista teneva conto e li registrava come le entrate in contati. Così facendo, il baratto divenne la forma più consueta di ricompensa per l’artista-gentiluomo, che trovava questo metodo davvero vantaggioso finché veniva riconosciuto il suo genio artistico dagli acquirenti.

La situazione cambiò con l’avvento dell’emancipazione artistica, che contestava questo antiquato schema salariale. Non era più concepibile che si pagasse l’arte alla stregua delle altre merci comuni.
Come per ogni “scoperta”, che dovrebbe lasciare poco spazio a possibili disaccordi, committenti e pubblico impiegarono molto tempo ad accettare questo nuovo punto di vista.
Distinguere coloro che lavorano per vivere e gli altri che vivono per lavorare, interamente dediti alla loro nobile professione, è il primo passo per considerare l’arte come vocazione e non solo come mestiere.

Soltanto a partire dal Cinquecento gli artisti affermarono vigorosamente che il compenso per un’opera d’arte doveva essere in relazione all’ingegno e non soltanto più al tempo occorso per la sua esecuzione. I committenti ne presero atto: l’acquirente non aveva altra scelta che accettare il prezzo indicato dall’artista. Era venuto il tempo delle possibilità finanziarie. Da allora gli artisti possono chiedere e ricevere compensi adeguati.

Attualmente poi, epoca di internet e del commercio elettronico, gli artisti possono esporre le loro opere online e venderle direttamente ai collezionisti utilizzando piattaforme dedicate all’arte come, ad esempio, Kaboomart.

Rosa Pascale
Rosa Pascale
Maestra in Scenografia. Dopo la laurea si dedica anima e corpo alla scrittura. Dopo aver conseguito il Master di Primo Livello in drammaturgia all’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio d’Amico, ha lavorato sul set di alcuni cortometraggi e produce diversi lavori teatrali. S’interessa d’arte e d’arte concettuale, per indole e formazione, combinando lo spazio della rappresentazione all’inchiostro della penna.

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