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Da Rubens a Dalì: il coccodrillo e il rinoceronte con il pizzo

Il coccodrillo e il rinoceronte sono due animali e su questo nulla da dire, ma cosa hanno in comune? Nulla, se non il fatto che siano animali un po’ bruttini e che qualche artista si è interessato a loro.

Partiamo dal coccodrillo

Nel suo bestiario (Bestiaire,1121-1135), Philippe de Thaun dice che: il coccodrillo nasce nell’acqua del Nilo ed è bestia molto brutta. Ha quattro piedi e ha natura molto feroce; vive in terra e in acqua […] ha denti e unghie grandi, la sua pelle è dura, le pietre non la rompono e nemmeno la graffiano. Se può, divora l’uomo e, quando l’ha mangiato, piange […].

Ed è proprio un coccodrillo il protagonista di un breve e poco noto romanzo “Il coccodrillo” di Fedor Dostoevskij (puoi acquistare il romanzo qui), apparso per la prima volta in Russia nel 1865, attraverso le colonne dell’ultimo numero della rivista letteraria Epocha. Siamo a Pietroburgo, intorno alla seconda metà dell’Ottocento, anzi ad essere precisi è il 13 gennaio del 1865 quando il funzionario di Stato, Ivan Matveic e la sua consorte, Elena Ivanovna, si recano a visitare un coccodrillo, esposto a pagamento dal suo proprietario tedesco in un negozio del Passage, la prima galleria commerciale in Russia.

Dostoevskij di Leo Strambetty, Il coccodrillo un caso straordinario, illustrazione, Atmosphere

Ad un tratto Ivan Matveic avvicinatosi pericolosamente, “Perché le persone troppo istruite ficcano il naso dappertutto, e principalmente lì dove nessuno richiede la loro presenza”, finisce nelle fauci del coccodrillo. Seguono urla e strepiti, Elena Ivanovna, vorrebbe sventrare l’animale, mentre il tedesco, convinto che l’incauto visitatore fosse “kaput”, difende strenuamente la sua bestia. Ma ecco, con voce ovattata, che Ivan Matveic dà segni di vita e dichiara di trovarsi molto bene lì e non ha nessuna intenzione di uscire, anzi, si propone, benché nascosto, di istruire l’umanità. Per lui l’incidente diventa l’occasione per raggiungere la celebrità. “Ora che un coccodrillo mi ha inghiottito, sarò finalmente conosciuto!” dirà, infatti, il funzionario.

Il testo ha una sua forza paradossale, umoristica e, nello stesso tempo, una nota amara. Anche se Dostoevskij definì questo testo una birichinata letteraria, in esso si racconta dell’avidità e della meschinità degli uomini. Tutti i personaggi aspirano a qualcosa. Ad esempio, Matveic vuole diventare famoso, “Da molto tempo desideravo un’occasione che facesse parlare tutti di me[…]”. La moglie Ivanovna, piange solo perché le lacrime le donano e presto tradisce il marito. Il proprietario del coccodrillo, che agisce per principio economico, ha a cuore l’animale solo perché gli permette di guadagnare. Il finale è aperto, non sappiamo di cosa ne sarà di Ivan Matveic e soprattutto del povero coccodrillo.

Un coccodrillo, lo ritroviamo in un dipinto ad olio su tela, realizzato intorno al 1616, di Peter Paul Rubens “Caccia all’ippopotamo e al coccodrillo”. E’ una grande scena di caccia. Il tema della caccia è molto popolare tra la metà del XVI e al XVIII secolo ed è molto vicino a quello delle battaglie, frequenti anche in questo periodo. Questi due temi sono spesso presenti nell’opera di Rubens.

Caccia all’ippopotamo e al coccodrillo, Peter Paul Rubens, 1615-1616

La tela raffigura un cane da caccia, due uomini a torso nudo e cavalieri vestiti in stile orientale che attaccano un ippopotamo e un coccodrillo. La caccia ai due animali si svolge sulle rive del Nilo, come si deduce dalla palma sullo sfondo. Lo sforzo fisico dell’ippopotamo e del coccodrillo viene trasmesso con precisione.

La complessità del raggruppamento di figure è rappresentata da movimenti vorticosi sottolineati dalle diagonali con cui è costruita la composizione e conferiscono un livello di intensa drammaticità, indirizzando lo sguardo verso il basso al centro dell’azione.

Eugène Delacroix ha ammirato il coccodrillo del dipinto definendolo un capolavoro di esecuzione, anche se la sua azione avrebbe potuto essere più interessante.

Ma passiamo ora al rinoceronte

Passato alla gloria letteraria e artistica grazie ad alcune opere. Un esempio noto è una xilografia di Albrecht Dürer (Norimberga, 1471 – 1528), che raffigura uno stravagante rinoceronte. L’artista decorò le zampe dell’animale con squame simili a quelle di un rettile, coprendo il corpo da una sorta d’impenetrabile corazza a strati simile a quella di un soldato o di un cavaliere d’inizio Cinquecento, decorata con motivi geometrici di forma circolare, con un corno sul dorso, inesistente nei veri rinoceronti.

Il Rinoceronte, xilografia, Albrecht Dürer, 1515, British Museum, Londra

Si tratta di un rinoceronte indiano, poiché ha un unico corno sul muso, mentre le specie africane ne hanno due. Dürer non ebbe modo di vedere personalmente il rinoceronte, quindi dovette affidarsi a testimonianze di seconda mano e alla sua immaginazione.

L’opera venne realizzata per ricordare l’esotico animale, allora sconosciuto in Europa, che nel maggio del 1515 giunse a Lisbona come dono offerto dalle colonie orientali all’imperatore Massimiliano I, il quale, dopo aver esibito il pachiderma come trofeo e come simbolo della potenza dell’impero, a sua volta decise di donarlo al Papa, Leone X. Sfortunatamente il povero rinoceronte che era stato incatenato, annegò sulle coste liguri a causa del naufragio del vascello. Solo successivamente fu ritrovato e, una volta impagliato, fu inviato nuovamente al pontefice. Il destino del rinoceronte rimane sconosciuto.

Ma ecco che quello stesso rinoceronte lo ritroviamo in una stampa incorniciata sulla parete della casa d’infanzia di Salvador Dalí. L’artista spagnolo ebbe, per tutta la sua vita, un forte interesse per quell’animale, poiché a suo dire “Il rinoceronte […] trasporta un’incredibile somma di conoscenza cosmica all’interno della sua armatura” e rappresenta il simbolo dell’enigma stesso della vita.

Il rinoceronte vestito di pizzo, Salvador Dalì, 1956

Dalì riconobbe nella “Merlettaia” di Vermeer un legame col corno del rinoceronte, al punto da volerne dipingere una rivisitazione in presenza di un esemplare, nel parco zoologico di Parigi. Dalla connessione tra la “Merlettaia” di Vermeer ed il corno del rinoceronte, nel 1954 nacque un lungometraggio surrealista dal titolo “La storia prodigiosa della merlettaia e del rinoceronte” e nel 1956 una statua in bronzo di tre tonnellate, realizzato a Marbella, nota come “Rinoceronte vestito di pizzo”.

Un rinoceronte, anzi i rinoceronti ritornano in una delle più significative opere del teatro dell’assurdo di Eugene Ionesco, come espressione del suo genio inventivo.

Nel 1959, infatti, Ionesco scrive “Il Rinoceronte”, una commedia in tre atti che parla di un piccolo paese di una provincia francese in cui si diffonde una bizzarra epidemia, la “rinocerontite” per cui uomini e donne si trasformano in rinoceronti. Nonostante il caos iniziale, la nuova condizione viene gradualmente accettata, i personaggi sembrano abituarsi presto alle rumorose mandrie e alle improvvise trasformazioni. Alla fine, Bérenger, uno dei personaggi, rimarrà l’unico abitante ancora umano.

Nella commedia tutto è chiaro sin dalla prima scena, quando si sente il trotto del rinoceronte, si capisce subito che la metamorfosi collettiva sarà imminente e inesorabile. Si tratta della rappresentazione della beffa di cui cade vittima l’umanità che scopre che l’esistenza non ha alcun senso. Bérenger, incarna l’uomo contemporaneo che lotta per non conformarsi e annullare se stesso. Infatti, mentre alla fine dell’ultimo atto, tutti hanno ceduto alla rinocentite, Bérenger grida “Sono un essere umano. Non mi arrendo! Non vi seguirò mai, non vi capisco. Resterò quello che sono […] Sono l’ultimo uomo, e lo resterò fino alla fine[…]”.

“Il Rinoceronte” di Ionesco è una metafora delle ascese dei totalitarismi, il testo affronta i temi del conformismo e della resistenza al potere politico. Bérenger preferisce rimanere solo e andare coraggiosamente incontro alla disillusione, forte della sua misera, ma autentica umanità. Egli rifiuta di integrarsi nella società in cui vive e decide, allora, di spendere la propria esistenza nello sforzo di ribellione.

Maria Vittoria Lauria
Maria Vittoria Lauria
Quella nata a Salerno un bel po' di anni fa...troppi. Quella che si laureò in Lettere Moderne e poi si Perfezionò in Storia dell'Arte Medievale e Moderna presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II". Quella che ha svolto attività di docenza, come di cultrice della materia, nello specifico modulo di Storia dell'Arte del Corso di Laurea in Disegno Industriale presso il Politecnico di Milano. Quella che ha svolto attività di docenza, in qualità di docente esperto, scrittura creativa e illustrazione in vari progetti PON (Programma Operativo Nazionale). Quella che tuttora è docente di ruolo per l'insegnamento di Italiano e Storia.

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