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I Diari di Andy Warhol

Il documentario Netflix sull’artista americano

La notizia della vendita record di una delle serigrafie che Andy Warhol, maestro della Pop Art, ha dedicato alla diva hollywoodiana Marilyn Monroe è senz’altro di impatto e per certi versi clamorosa.

Eppure, non c’è tanto da scandalizzarsi dato che l’artista – cresciuto nella prima era del consumismo – ha reso di sé un’opera d’arte da commercializzare sui media. Warhol ha avuto un’intuizione singolare: la capacità di comprendere la propria epoca e l’imminente futuro.

Andy Warhol, Shot Sage Blue Marilyn, 1964

L’epoca delle controculture, quella dell’arrivo della televisione, quella della diffusione di massa delle droghe, quella della guerra in Vietnam. Tra gli Anni ’60 e ’80 Warhol ha fatto la rivoluzione, non soltanto artistica – come Picasso o Dalì – ma anche culturale e dai risvolti sociologici.

Con Warhol l’arte e l’artista sono entrati nella casa dei telespettatori, aumentando il rispettivo valore nell’immaginario collettivo. Ha inserito l’arte di natura erotica e antropologica nel cinema sperimentale.

La rivoluzione di Warhol è stata più potente del fenomeno beat generation di Salinger e di Thomas Pynchon (qui un articolo su cinque romanzi della letteratura postmoderna statunitense) in letteratura, delle svariate avanguardie e degli autori della cosiddetta New Hollywood nel cinema. Una rivoluzione sfacciata, anticonvenzionale e stravagante, eppure piena di zone d’ombra, misteri, sofferenza e vicissitudini personali.

Andy Warhol con Flowers alla factory, 1964

Dunque non ci si può proprio meravigliare se nel 2022 un capolavoro di Pop Art, un’iconografia di una stella eterna sia stata venduta a ben 195 milioni di dollari, entrando in classifica insieme alle opere dei più grandi artisti di tutti i tempi.

I diari di Andy Warhol

Anche il recente documentario presente su Netflix, prodotto da Ryan Murphy e scritto/diretto da Andrew Rossi, inquadra il caos nella storia dell’artista. Sarebbe lecito chiedersi come mai un personaggio che è stato così presente in pubblico abbia avuto la necessità di scrivere diari di natura personale, riassemblati e editi da Pat Hackett.

Il documentario si sofferma su questo: Warhol come figura tanto presente nella vita sociale quanto come persona introversa, piena di paure e paranoie. Condizionato per tutta l’esistenza da problemi di accettazione, da relazioni amicali e sentimentali.

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Ogni aspetto della sua vita è stato tanto chiaro, quanto ambiguo: la fede religiosa, l’omosessualità, l’autostima e appunto l’arte. Avendo come narratore lo stesso Warhol grazie all’aiuto dell’IA (voce artificiale), il documentario svaria attraverso le relazioni sentimentali e amicali cruciali, la descrizione di anni americani turbolenti e su di un’attenta analisi della natura delle sue opere.

Il diario è racconto orale, è coscienza, è immagine e raffigurazione. Diventa un mezzo per tramandare e per scoprirsi. Ha lo stesso valore dell’arte che Warhol ha creato: un’esteriorizzazione di pensieri e sentimenti.

I diari di Andy Warhol (puoi trovarlo qui) è letteralmente il diario sotto un’altra veste ossia quella meccanica che Warhol ha tanto amato. Lo spettatore entra in un’esperienza visiva ed acustica, alla narrazione si aggiungono le immagini di repertorio, quelle di finzione e le interviste a chi ha intercettato la figura di Warhol, così da costruirne il mito.

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Di certo attuale è la consapevolezza dell’artista americano sulla meccanicizzazione del corpo umano: dalla televisione e dalle sperimentazioni audiovisive, fino ad oggi con i social media.

Warhol ha avuto la capacità di afferrare le possibilità del “mezzo” come un vero e proprio cineasta al pari di Orson Welles e Stanley Kubrick.

La docu-serie dà voce ai piaceri e alle emozioni, dà valenza alle immagini, ai ricordi, alle riflessioni, ai sogni e all’arte come pura espressione. È un’estensione di Andy Warhol che lo rende più “umano” allo sguardo del pubblico cosa che egli da un lato rifiutava ma che tanto avrebbe desiderato.

Stefano Valva
Stefano Valva
Stefano Valva (Salerno, 1993) è dottore magistrale in Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale (DAVIMUS, Università degli studi di Salerno). È stato co-autore del programma radiofonico di Cinefilia (oltre che co-founder del medesimo blog) presso le emittenti Radio Vostok & Uni-sound. Ha svolto workshop per festival cinematografici. Nel 2017 ha discusso una tesi in Sociologia dei processi culturali sul postmodernismo tra letteratura e cinema: Il caso Pynchon Nel 2018 È stato giurato – nonché supporto al coordinamento - della sezione documentari del Linea D’ombra. È stato giurato ufficiale “sezione classici restaurati e documentari” della 76esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (2019) É stato nella giuria giovani della 55esima edizione della Mostra Internazionale Del Nuovo Cinema di Pesaro (2019) Nel 2020 ha discusso una tesi in Filmologia sul Post-umanesimo tra letteratura, cinema e serialità, che gli vale la lode. Oggi è giornalista pubblicista (dopo aver svolto tirocinio biennale presso il media culturale online Scene Contemporanee), si occupa di critica cinematografica e letteraria scrivendo articoli per officine artistiche, e collabora con l’azienda Imago Company nel settore della distribuzione cinematografica come executive assistant.

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