giovedì, Luglio 18, 2024

Il quadro nel film

L’arte è suspense in Vertigo di Alfred Hitchcock

Spesso le traduzioni dei titoli originali rappresentano una storpiatura sia del significante che del significato, in questo caso invece risultano appropriate per una riflessione critica.

La donna che visse due volte (puoi dare un’occhiata qui) è la versione italiana di Vertigo di Alfred Hitchcock, una delle opere più oculate e ammirate del maestro britannico. Il perché due aggettivi del genere possano essere oggettivamente ascrivibili al film del regista di Psyco ed Intrigo Internazionale, richiamerebbe anni di studi, un’analisi filmologica, una descrizione dell’impatto sulla storia del cinema, un parere personale, in sintesi molteplici tematiche che qui è meglio esimersi dal sottolineare.

Quello che interessa in questo articolo è il ruolo – sì, perché appare come un personaggio – della pittura, o meglio del quadro nel film.

Qui ritorna la questione del titolo. Se Vertigo richiama l’archetipo madre, ossia la proiezione di una patologia della quale è affetto il protagonista, attraverso anche la tecnica di ripresa, i tipi di inquadrature, il gioco delle luci e l’utilizzo dei colori, La donna che visse due volte non soltanto è utile come anticipazione per il plot, altresì come rapporto intrinseco tra il corpo umano e la corporeità in un dipinto.

Sono due, apparentemente, le macro-sequenze chiave.
La prima è in casa dell’amica del protagonista Scottie (James Stewart), che nel tempo libero si diletta a dipingere opere figurative. Inizialmente il dipinto ha una funzione ludica, ornamentale, parossistica. Man mano che la trama evolve, quei dipinti nelle scene similari lasciano spazio a ritratti di figure che ricordano i personaggi, creando una sorta di coincidenza-mistero che rende sempre più paranoico Scottie.

La seconda riguarda maggiormente il nocciolo della trama, ossia il rapporto tra Scottie e Madeleine (Kim Novak). Anche in questo caso la macro-sequenza si ripete e si evolve in forme diverse. Quando Scottie – poliziotto in pensione – viene incaricato dal marito di Madeleine di pedinarla a causa di comportamenti preoccupanti ed inusuali, la segue in una galleria d’arte, dove lei osserva maniacalmente un dipinto. Quel dipinto raffigura una donna ottocentesca esteticamente uguale a Madeleine e che ascende man mano che procede l’indagine come un fantasma del passato ai fini del climax cinematografico.

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Il dipinto come elemento di comunicazione

Hitchcock utilizza il dipinto come elemento di comunicazione per aumentare il grado della suspense, del mistero inspiegabile agli occhi del protagonista. Esso vede i dipinti come l’esteriorizzazione dei dubbi, delle paure e dell’alienazione.

Il dipinto è un’arma che chiude a riccio l’emotività instabile di Scottie e che serve per coinvolgere ancor di più lo spettatore verso le sensazioni più radicate nel personaggio e dei suoi dilemmi: follia o mistero? coincidenza o concatenazione?

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L’oggetto, come una semiotica del segno dalla cruciale funzione narrativa, è una costante nel cinema dell’autore inglese, anche se qui il quadro è un elemento di cristallizzazione più che d’azione. Il dipinto per essere compreso e interiorizzato va osservato. Il suo significato più profondo è soggettivo perché dipende dal rispettivo vissuto e dal personale status emotivo, così come accade proprio a Scottie.

Il dipinto amplifica, o meglio conferma che per il protagonista la vicenda misteriosa oltre che risultare verosimile potrebbe essere drammatica.

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Non bisogna dimenticare, inoltre, che lo stesso dipinto viene indirettamente assimilato allo specchio (l’essenza dell’autoritratto per un’artista), perché oltre a riportare “in vita” una figura immanente, permette a Madeleine di notarsi tra passato e presente, di riflettersi in un’anima attraverso un inconscio collettivo, che riporta alla luce una maledizione interminabile. Hitchcock, come prospettiva nelle inquadrature, accomuna idealmente la sequenza del guardarsi allo specchio a quella del guardare, guardarsi nel dipinto.

Guardarsi che è scoprirsi, riscoprirsi e comprendersi. Un processo profondo ed eterno, che è una mania dello sguardo sull’Io, sulle differenti parti del sé. Una fissazione nel tempo e nello spazio, un’immagine nell’immagine, semplicemente l’atto di potenza del cinema con l’arte pittorica.

Stefano Valva
Stefano Valva
Stefano Valva (Salerno, 1993) è dottore magistrale in Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale (DAVIMUS, Università degli studi di Salerno). È stato co-autore del programma radiofonico di Cinefilia (oltre che co-founder del medesimo blog) presso le emittenti Radio Vostok & Uni-sound. Ha svolto workshop per festival cinematografici. Nel 2017 ha discusso una tesi in Sociologia dei processi culturali sul postmodernismo tra letteratura e cinema: Il caso Pynchon Nel 2018 È stato giurato – nonché supporto al coordinamento - della sezione documentari del Linea D’ombra. È stato giurato ufficiale “sezione classici restaurati e documentari” della 76esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (2019) É stato nella giuria giovani della 55esima edizione della Mostra Internazionale Del Nuovo Cinema di Pesaro (2019) Nel 2020 ha discusso una tesi in Filmologia sul Post-umanesimo tra letteratura, cinema e serialità, che gli vale la lode. Oggi è giornalista pubblicista (dopo aver svolto tirocinio biennale presso il media culturale online Scene Contemporanee), si occupa di critica cinematografica e letteraria scrivendo articoli per officine artistiche, e collabora con l’azienda Imago Company nel settore della distribuzione cinematografica come executive assistant.

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