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Il Futurismo: tra architettura e produzione industriale

La rivoluzione futurista dall’arte alla vita

[…] hanno avuto la concezione netta e chiara che l’epoca nostra, l’epoca della grande industria, della grande città operaia, della vita intensa e tumultuosa doveva avere nuove forme di arte, di filosofia, di costume, di linguaggio […]

Antonio Gramsci

Con queste parole Antonio Gramsci descrive la grande rivoluzione operata dal movimento futurista e annunciata da Filippo Tommaso Marinetti nel Manifesto di fondazione del 1909.

“Il coraggio, l’audacia, la ribellione saranno elementi essenziali della nostra poesia (…) Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita. Un’automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo…un’automobile ruggente ( …) è più bello della Vittoria di Samotracia(…). Noi canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche (…); le officine appese alle nuvole pei contorti fili dei loro fumi…”.

Nessun altro movimento artistico ha tentato una radicale trasformazione della vita e, soprattutto, è stato al passo con la vita moderna come il Futurismo. La rivoluzione è totale: pittura, teatro, musica, letteratura, partendo dalla volontà di ricostruire “l’universo” attraverso l’esaltazione della vita moderna con i suoi miti. Aereo, macchina da corsa, industria e, primo fra tutti, la velocità.

Velocità del movimento ma anche della produzione industriale, in virtù della quale si spiega la ricerca di forme e materiali semplici. I futuristi cantano l’architettura del cemento armato, del ferro, del vetro, del cartone e di tutti quei surrogati del legno, della pietra e del mattone che permettono di ottenere il massimo dell’elasticità e della leggerezza. (qui puoi trovare un testo su Marinetti e il Futurismo)

La questione dell’utilità sociale dell’arte e la volontà di intervento nel reale li spinge ad occuparsi sempre più di architettura. Qui il sociale e l’estetico coincidono perfettamente.
Così Marinetti non solo appoggia la progettazione funzionalista e razionalista di Sant’Elia ma interviene in prima persona in merito all’edilizia pubblica. Contribuisce, infatti, a bloccare il progetto di Angiolo Mazzoni per la costruzione della stazione di Firenze e appoggia quello, risultato poi vincente, di Giovanni Michelucci. Dalla volontà di ricostruire l’universo pensando ad una città ideale di forme elementari e di luci, così come dal mito della macchina il passo che porta al design industriale è breve.

Non solo Giacomo Balla e Fortunato Depero, i ricostruttori dell’universo (Manifesto del 1915) ma quasi tutti i futuristi si occuperanno di progettazione di ambienti e di mobili. Enrico Prampolini, ad esempio, in una personale del maggio 1919 espone oggetti d’arredamento da lui progettati e la sua Casa d’arte romana oltre ad essere luogo di spettacolo è anche spazio espositivo di opere d’arte e d’arredo. Lo stesso si dica per la Casa d’arte Bragaglia, cabaret aperto anche alle arti applicate.

Giacomo Balla nel 1921 realizza la decorazione e l’arredamento del Bal Tic Tac, una sala da ballo in stile futurista, tornata alla luce nel 2017 durante i lavori di restauro della palazzina che la ospitava a Roma nei pressi di via Nazionale.

Soffitto Bal Tic Tac, Giacomo Balla

Nel ‘25 partecipa con Depero ed Prampolini all’Esposizione Internazionale di Arti decorative e industriali moderne. Ivo Pannaggi rivela da sempre un’attenzione per la macchina e per la tecnologia. Non a caso nel 1922 firma Il Manifesto L’arte meccanica. Il tentativo di conciliare le esigenze della vita quotidiana con le nuove possibilità meccaniche offerte dall’industria e dalla tecnologia sfocia nella progettazione di arredi. Dal ‘27 al ’33, anno di chiusura da parte della polizia nazista, frequenta la Bauhaus e realizza manifesti pubblicitari per gli industriali tedeschi.

Nel ’28 Vinicio Paladini partecipa alla I^ Esposizione Italiana Di Architettura Razionale. Negli anni ’40 è negli Stati Uniti dove lavora come designer industriale e architetto.

Fedele Azari appassionato di volo e di aerei, dopo la guerra, mette a punto insieme a Luigi Russolo una capote e un tipo di scappamento in grado di aumentare la risonanza e regolare la sonorità del motore. Al tempo stesso invita i colleghi futuristi ad inventare decorazioni adatte agli aereoplani. Esperto di costruzioni aereonautiche apre a Milano nel ’27 la Dinamo Azari, “bottega di fabbricazione e magazzino di originale modernità- affiches –arte industriale- arte applicata – arredamento moderno compravendita di idee”, dove tra l’altro propone in esclusiva i cuscini di Depero.

Nel 1938 Marinetti pubblica La poesia dei tecnicismi dedicata al tema del ”non umano”, dell’industria e della tecnologia, finalizzata alla glorificazione della produzione autarchica, del lavoro e delle materie prime. Il poema del vestito di latte (1937) che pubblicizza la fibra autarchica “lanital” estratta dalla caseina e Il poema di Torre Viscosa (1938) sui processi di trasformazione della cellulosa, entrambi pubblicati dalla SNIA Viscosa, rispondono alla necessità di creare un epos industriale.

A Marinetti poeta della macchina, nel ‘34 viene donata un’Ardita Fiat durante una manifestazione organizzata dai futuristi sulla pista aerea del Lingotto a Torino. La convinzione che la rivoluzione parta da un energico intervento nel quotidiano lo spinge ad occuparsi di vari aspetti della vita. Arte, letteratura, architettura, industria, cucina e finanche di moda. Così arriva a proporre un rinnovamento del copricapo maschile. Al posto dei tristi cappelli neri ne propone una serie del tutto originale e che risponda a criteri di utilità. C’è il cappello pubblicitario, quello tattile, il luminoso, il fonocappello, il terapeutico alle essenze balsamiche. Per la loro realizzazione sono previsti tutti i materiali dal sughero ai metalli, ai tubi al neon.

Manifesto futurista del cappello italiano

Nel 1933 a nome del Movimento futurista viene bandito il concorso per un “cappello futurista”, supportato dal Manifesto futurista del cappello italiano firmato dallo stesso Marinetti. Con proposte meno audaci aderiscono alla campagna marinettiana due grandi aziende leader del settore, Borsalino e Barbisio. Il coinvolgimento di importanti aziende italiane nei progetti futuristi, seppure in maniera ludica e a scopo pubblicitario, danno il senso della portata rivoluzionaria e del peso che il movimento assume nella cultura e nella società italiana di quegli anni.

Antonietta Pignataro
Antonietta Pignataro
Antonietta Pignataro, laureata in materie letterarie con indirizzo storico-artistico. Ha svolto attività di catalogazione per la Soprintendenza B.A.A.A.S. Ha ricoperto il ruolo di professore a contratto presso la cattedra di Storia dell'Arte Contemporanea del Politecnico di Milano, ha collaborato con la rivista "Miscellanea", pubblicato saggi e presentato mostre.

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