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L’armadio di Satie e il tranello della medusa

Una decostruzione dell’umorismo

L’umorismo è, secondo il dizionario Treccani, la capacità assai rara (questo l’ho aggiunto io) di cogliere e rappresentare, con umana partecipazione e simpatia, gli aspetti più curiosi, incongruenti e divertenti della realtà, che possono suscitare il riso, più spesso il sorriso.
Dunque l’umorismo esclude la beffa e implica il senso della coesistenza dei contrari in tutte le cose umane, per cui si coglie il comico nel tragico e viceversa. L’umorismo che è proprio dell’uomo, ahimè di pochi uomini, è dunque la capacità sottile e intelligente di cogliere gli aspetti comici della realtà e presuppone condivisione. Non è travolgente come la comicità. Anzi, è molto composto, quasi elegante. Non è spietato come il sarcasmo e non si pone scopi sociali come la satira. L’umorismo stimola un atteggiamento critico nei confronti della realtà.


Luigi Pirandello ha acutamente tracciato i confini di cosa è l’umorismo. Nel suo saggio “L’umorismo” del 1908, esamina varie manifestazione dell’arte umoristica, per poi definire il concetto stesso di umorismo. Egli coglie nell’arte umoristica il carattere molteplice e contraddittorio della realtà vista da diverse prospettive contemporaneamente. Se esso coglie il ridicolo di una persona, di un fatto, ne individua anche il fondo dolente e lo guarda con empatia. Tragico e comico vanno sempre insieme. E’ il sentimento del contrario il tratto caratterizzante dell’umorismo, là dove il comico si ferma all’avvertimento del contrario.

Immanuel Kant nel 1790 pubblica “La critica del giudizio” che contiene una delle più importanti teorie dell’umorismo, nel quale il filosofo indica una generica disposizione d’animo instabile ed eccentrico. Per Kant l’effetto umoristico è dovuto alla sorpresa, ma soprattutto nasce dal confronto tra l’evento che ha generato l’attesa e quello imprevisto. Kant, inoltre, esplicita l’idea che l’umorismo consiste nella mancanza di gradualità, nella mancanza di rilassamento, come quando nelle barzellette viene omesso un passaggio che dopo la tensione dovrebbe preparare la battuta, ma invece c’è un salto logico che deve essere ricostruito da chi ascolta. Molte battute perderebbero il loro carattere umoristico se fossero rese più esplicite…mai spiegare una battuta.


Nel 1900, Bergson scrisse, Il Riso. Si tratta di un saggio dove il filosofo indaga il significato del comico, sottolineando che il riso, fondamentalmente, nasce dall’inaspettato. Nasce da ciò che produce spiazzamento rispetto alle nostre aspettative logiche, quando cioè avviene un cambiamento del punto di vista. La parola divertimento deriva, appunto, da “divertire”, cioè cambiare direzione. L’umorismo scaturisce dalla sorpresa, quando, per esempio in una frase, l’ultima battuta non è quella che ci aspetteremmo.


La questione della funzione dell’umorismo, che è pure importante, ha acceso la curiosità di molti clinici e studiosi, ma certo non siamo qui ad affrontare il tema con lo sguardo di uno psicoterapeuta, mentre cercheremo di cogliere la vena decisamente umoristica presente in alcuni artisti. Mark Twain, considerato uno dei padri della narrativa americana, fu scrittore, conferenziere e un umorista sagace prima di tutto. I suoi racconti sono, secondo la sua definizione “una collezione di eccellenti cose, prodigiosamente divertenti, che strappano il riso anche dai volti più ingrugniti”. Alcuni meccanismi comici che oggi sembrano naturali derivano da Huckelberry Finn e da molti altri suoi capolavori. Tutta la narrativa di Twain, secondo Jorge Luis Borges che firma nel 1935 il testo In difesa di Mark Twain, è tesa a sorprendere e intrattenere il lettore.

L’armadio di Satie e il tranello della medusa
Wilson lo zuccone – Illustrazione di Cinzia Ghigliano

In “Wilson lo zuccone”, del 1894, per esempio, l’umorismo tipico di Twain è presente soprattutto nel modo in cui lo scrittore tratta l’ottusità delle autorità civili e la pretesa nobiltà di un gruppo di “vecchi virginiani” e, soprattutto, l’intolleranza e la ristrettezza di vedute degli abitanti di Dawson’s Landing, dove la vicenda è ambientata. All’umorismo fa da contrappunto il profondo pessimismo degli ultimi anni di Twain da cui emerge l’amarezza per l’egoismo, la follia e la vanità degli uomini.

Esiste anche un rapporto tra l’umorismo e la musica.
Esso si manifesta, infatti, attraverso lo scarto dalle regole, l’inganno teso all’ascoltatore, eludendo le sue aspettative. Il teatro di Rossini abbonda di effetti comici, ironici e umoristici, ma soprattutto è nella musica, quasi tutta per pianoforte che è evidente il suo innato umorismo. La destinazione di questi brani è piuttosto curiosa. Rossini, dopo aver scritto circa 40 opere liriche, si era ritirato nella campagna parigina, a Passy, e qui organizzerà spesso feste con banchetti e serate musicali. Le feste erano molto affollate e molti invitati erano costretti a stare fuori. Da buongustaio Rossini era molto attento alle pietanze che venivano servite, ma soprattutto intratteneva i suoi ospiti con brani che eseguiva al pianoforte, dimostrando una notevole tecnica pianistica, anche se lui si definiva un pianista mediocre.

Si trattava di brani sempre molto umoristici. Un caso esemplare è il brano dal titolo “Piccolo trenino di piacere”, in cui si ispira ad un viaggio che lui stesso aveva intrapreso in treno. Rossini era fondamentalmente un conservatore e, in quell’occasione, si era spaventato per la velocità e per l’insopportabile rumore del nuovo mezzo di locomozione, tant’è che pare sia sceso prima di arrivare a destinazione e che avesse giurato a se stesso che da allora in poi avrebbe viaggiato solo in carrozza. Il brano racconta la storia, appunto, di un viaggio in treno, infatti, dapprima la musica suggerisce l’idea della rotaia e delle ruote che prendono velocità. Rossini infila elementi onomatopeici per raccontare la storia di questo treno che a volte si ferma in stazione e come lo stesso Rossini annoterà sulla partitura, si sente la dolce melodia dei freni e poi il terribile deragliamento.

L’armadio di Satie e il tranello della medusa

C’è il primo ferito e il secondo ferito suggeriti da due suoni diversi. Poi il primo ferito muore e va in paradiso e muore anche il secondo, ma va all’inferno. Segue una marcia funebre e alla fine Rossini scrive sulla partitura “Amen” e aggiunge “State sicuri che questa macchina non mi rivedrà a bordo mai più”.

Nell’ultima pagina di questo brano, si sente un suono di lamento che esprime non il dolore dei parenti, ma degli eredi. In un altro brano dal titolo “Piccolo capriccio” Rossini prende in giro Offenbach che all’epoca era considerato un iettatore e lo fa imponendo che la partitura venga suonata con l’indice e con il mignolo (le corna come gesto apotropaico).

Questo atteggiamento nei confronti della composizione, tanto quello dell’umorismo, quanto quello di scrivere delle didascalie sulla partitura, lo ritroveremo, qualche anno dopo in uno dei più estrosi musicisti, dallo humor ora tenero, ora esplosivo, quale appunto fu Erik Satie. Egli stesso definì «opere umoristiche» i suoi brevi brani per pianoforte composti tra il 1912 e il 1914. Caratteristica di questi lavori è la costante presenza di testi verbali: brevi prose introduttive e consigli d’interpretazione. Erik Satie era un personaggio piuttosto bizzarro, che viveva in un monolocale arredato solo da un pianoforte e da un piccolo armadio che verrà aperto solo dopo la sua morte e che conteneva abiti neri e ombrelli tutti uguali. Lavorava nei cabaret e fu molto stimato da artisti come Claude Debussy e Jean Cocteau.

L’armadio di Satie e il tranello della medusa

In “Embrioni disseccati” del 1913, Satie racconta di un cetriolo di mare che ozia tutto il giorno e non mostra di essere particolarmente intelligente. Attraverso questa metafora, Satie prende in giro la borghesia parigina. Il cetriolo, da buon borghese, riflette sul clima, se c’è il sole o piove. Poi trova uno scoglio viscoso al punto giusto, dove può oziare tutto il giorno. Satie usa un accompagnamento che ricorda Mozart e su questo accompagnamento crea delle melodie quasi demenziali. Ad un tratto sopraggiunge una piccola spugna che fa il solletico al cetriolo e poi, nel gran finale, il protagonista, si accorge di non avere il tabacco, ma subito dopo esclama “Vabbè, meno male che non fumo”. Folgorato da questa grande rivelazione di non fumare e quindi di non aver bisogno del tabacco esclama “Grandioso”. Così si conclude, sempre in modo demenziale, il brano.

A Parigi, sempre nel 1913, quando il Dadaismo non era ancora nato, aveva composto La Piège de Méduse, una commedia inframmezzata da sette danze, che fu rappresentata per la prima volta nel 1914 in casa di Roland-Manuel. Il barone Meduse, il protagonista della commedia, ricco eccentrico, che si distrae in compagnia di una scimmia robot era interpretato dallo stesso Satie. Il timbro del pianoforte, cui erano affidati i sette intermezzi danzanti dalla scimmia, era soffocato da alcuni fogli di carta messi fra le corde. Quella serata del 1914, ha anticipato il Teatro dell’Assurdo e va annoverata tra le prime manifestazioni dadaiste. Dada è contro l’eternità dei principi, è contro le leggi della logica ed è contro l’immobilità del pensiero. Vuole essere la distruzione umoristica di tutto. Dada rivendica l’assoluta libertà dell’uomo e l’assurdità di ogni costruzione formale.

Questa esigenza di libertà si esprime anche attraverso la libertà dello spirito che rifiuta le idee ricevute, sempre menzoniere. Se libertà e verità sono indissolubili, va precisato che il vero humor contiene più verità interiore di ciò che è serio. Lo humor per i dadaisti coincideva con il bisogno di non prendere niente sul serio.

Per i surrealisti, invece, l’humor è di natura tragica e contiene un valore inesauribile di sfida e provocazione. E a proposito di provocazione e di umorismo citiamo Renè Magritte, dietro il cui apparente conformismo si nasconde uno spirito inquieto e provocatorio. Il suo anticonformismo si esprime attraverso l’umorismo, la sua più potente arma che rappresenta una forma di libertà, che gli permette di ribaltare ciò che è negativo in positivo. Magritte stupisce nell’apparente ordine della sua vita. E’ un uomo abitudinario, non ama essere notato, usa un abbigliamento sobrio, in perfetto stile borghese. Eppure gioca sul senso delle cose, sul senso comune che abitualmente diamo alle cose portando all’eccesso le contraddizioni.

Ponendo gli oggetti quotidiani al di fuori del loro contesto abituale, li priva della loro ordinaria banalità, conferendo ad essi un significato profondo e sorprendente. L’esercizio dell’umorismo libera, appunto, la fantasia dalle convenzioni per scoprire inediti nessi che legano insieme oggetti e avvenimenti apparentemente lontani. L’artista con una tecnica pittorica fotografica ripropone le incongruenze di un mondo scomposto e ricomposto secondo i moduli di un’amara allucinazione. La pittura di Magritte è bizzarra e irrazionale nella scelta dei soggetti, come in “Doppio segreto”, 1927. Allo stesso tempo. è estremamente accademica e tradizionale dal punto di vista della tecnica e della composizione. L’artista riesce a creare costantemente effetti di spaesamento e incertezza, equivoci che ne complicano la ricezione.

L’umorismo è la ricostruzione della verità liberata dalle sovrastrutture dei luoghi comuni, dalle convinzioni più appariscenti ed ovvie. Partecipò al movimento surrealista anche lo scrittore francese Raymond Queneau. Nel 1927 vi si accosta condividendone la curiosità per i giochi del linguaggio, ma se ne allontana nel 1929, dopo la rottura con Breton. “Zazie nel metrò è veramente un’opera fondamentale: è nella sua intima natura di far incontrare e allo stesso tempo respingere la serietà e la comicità”, così Roland Barthes ha definito questo romanzo.

Zazie, la pestifera e sboccata protagonista del romanzo, è una ragazzina che arriva a Parigi per fare un giro in metrò che però è in sciopero. Affidata allo zio Gabriel che fa la danzatrice in un night club, Zazie scappa e vaga nella grande città con aria sicura e sprezzante. Incontra tanti personaggi un po’ assurdi in una Parigi reale e inventata. Zaziè è un elemento di disturbo e non si può zittire, né ci si può difendere da lei. Tutto il romanzo è un susseguirsi di situazioni paradossali. E’ una storia divertente e tragica. Le trovate sono tali da provocare un’incredibile accelerazione del ritmo narrativo e un grande effetto comico.

Ma a cosa serve l’umorismo? Risponderei con le parole di Moni Ovadia che a proposito dell’umorismo ebraico dice: “[..] la sua ambizione è quella di smascherare la violenza del pregiudizio e di sculacciare la stupidità del mondo“. Come non essere d’accordo!

Maria Vittoria Lauria
Maria Vittoria Lauria
Quella nata a Salerno un bel po' di anni fa...troppi. Quella che si laureò in Lettere Moderne e poi si Perfezionò in Storia dell'Arte Medievale e Moderna presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II". Quella che ha svolto attività di docenza, come di cultrice della materia, nello specifico modulo di Storia dell'Arte del Corso di Laurea in Disegno Industriale presso il Politecnico di Milano. Quella che ha svolto attività di docenza, in qualità di docente esperto, scrittura creativa e illustrazione in vari progetti PON (Programma Operativo Nazionale). Quella che tuttora è docente di ruolo per l'insegnamento di Italiano e Storia.

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