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L’arte viva del Realismo

La rivoluzionaria obiettività della pittura realista da Courbet ai Macchiaioli.

Fare dell’arte viva, essere del proprio tempo.

E’ in queste affermazioni che si deve cercare la chiave d’accesso al Realismo. Se non si coglie la serietà dell’impegno politico e sociale che muove pittori come Gustave Courbet e Honoré Daumier, non si arriverà mai a comprendere l’anima del movimento realista.

Il rischio è un’interpretazione superficiale che ridurrebbe l’opera di alcuni artisti del secondo Ottocento ad una fredda e sterile fotografia della realtà.

La pittura realista (puoi trovare un testo molto utile qui) si allontana sicuramente dalle idealizzazioni neoclassiche e dallo spiritualismo romantico, così come dal lirismo dei Pittori di Barbizon. Essa nasce piuttosto da una descrizione obiettiva non solo della natura ma della realtà contemporanea.

Fare dell’arte viva per Courbet significa guardare al proprio tempo traducendone i costumi e il pensiero non solo da pittore ma innanzitutto da uomo. Ovvero con un’idea ben precisa di quello che accade nella società e della posizione che si intende assumere.

Naturalmente l’attenzione al reale non è una novità ma piuttosto una diretta conseguenza dello spirito positivistico del secolo. Stendhal e Balzac sono tra i primi a sondare l’animo umano e a registrare le trasformazioni in atto nella società, ma l’impegno politico è tutta un’altra cosa.

Courbet è un rivoluzionario nella vita e nell’arte. Non solo compie opera di denuncia, ma vive attivamente la vita politica del suo tempo. Partecipa alle battaglie contro la borghesia capitalista nel nome della democrazia e del socialismo.

Come uomo paga con il carcere e con le persecuzioni, come artista con la ghettizzazione della sua opera e con l’esclusione dai Salons. La critica ufficiale lo accusa di volgarità e cattivo gusto, di offesa ai canoni estetici.

L’arte non si era mai preoccupata così seriamente di rappresentare spaccapietre o contadini sporchi di fango e con la pelle bruciata dal sole. Non c’è retorica in quelle immagini ma solo la cruda rappresentazione di una realtà finora volutamente ignorata.

In questa verità senza fronzoli né forzature si deve individuare il contributo rivoluzionario del Realismo. Sicuramente lo individuò la borghesia del tempo avvertendone tutta la pericolosità.

La prima apparizione ufficiale della pittura realista risale al Salon del 1850 dove Courbet presenta una tela di oltre tre metri per sei raffigurante un funerale di provincia.

In Funerale a Ornans (1849), dipinto in occasione di un suo ritorno nel paese natio, descrive con minuzia di particolari i suoi compaesani raccolti intorno alla buca nel momento dell’estremo saluto.

Tutto è estremamente realistico, dai volti rugosi e arrossati dal vento, agli abiti, alle zolle di terra. La scena si svolge in una striscia schiacciata tra cielo e terra dove ogni particolare contribuisce a rendere la solennità del momento.

Funerale a Ornans, Gustave Courbet, 1849, Musée d’Orsay, Parigi

La scelta delle grandi dimensioni, finora prerogativa della pittura celebrativa, e la volgarità del tema, da una parte sollevano le prime polemiche ma dall’altra pongono le basi per quelle che un critico illuminato definì le Colonne d’Ercole del Realismo.

E’ nel 1855 che si assiste all’esplicita affermazione della pittura realista. Courbet allestisce in un baraccone, Pavillon du Rèalisme, una personale con le opere rifiutate dal Salon.

La protesta incalza.

Gustav è un uomo e un artista del popolo e lo dichiara ufficialmente quando dipinge Bonjour, Monsieur Courbet (1854). Raffigura se stesso in aperta campagna, in maniche di camicia e con gli attrezzi da pittore in spalla.

Bonjour, Monsieur Courbet, Gustave Courbet,1854, Museè Fabre, Montpellier, Francia

Non c’è decoro né compostezza nel suo aspetto dimesso e nell’andatura barcollante. Si avverte la fatica di chi cammina con un peso sulle spalle. Courbet è un vagabondo e la sua posa scomposta fa risaltare per contrasto la rigidezza formale dei due gentiluomini che incontra.

All’umiltà del soggetto corrisponde una semplicità della composizione che si affida ad una distribuzione casuale ed estemporanea delle linee in opposizione alle pose lunghe e studiate dell’arte accademica.

Anche per Honoré Daumier “essere del proprio tempo” significa vivere in prima persona le lotte e i problemi della propria epoca e tradurli realisticamente in pittura. All’apparente freddezza di Courbet oppone una lettura ironica e caricaturale della realtà che lo circonda. La politica, la giustizia, i costumi e ogni altro aspetto dell’esistenza borghese è messo alla berlina.

Non è solo l’ironico dissacratore della classe dirigente ma è anche un appassionato osservatore delle miserie e degli stenti dei ceti più umili. Gli abiti logori, i volti segnati dei passeggeri del Vagone di terza classe (1862) esprimono il dramma di una condizione umana.

Vagone di terza classe, Honoré Daumier,1862, National Gallery of Canada, Ottawa

La fatica e la miseria non turbano il religiosissimo Jean-François Millet. I suoi contadini sono gli eroi di una nuova epopea che esalta la vita rurale e il lavoro manuale. Non c’è retorica, dramma o idillio nelle sue immagini campestri. Millet crede nella religiosità della natura e nella dignità del lavoro.

Le Spigolatrici (1857) sono solo tre contadine al lavoro. Nella solidità e pesantezza dei loro corpi, modellati con fermezza e semplicità di linee, si avverte tutta la dignità delle loro persone e della loro condizione. Il ritmo lento dei movimenti è scandito dalla distribuzione ben calcolata delle figure e imprime alla composizione un equilibrio e una tranquillità che fanno intuire tutta la solennità del lavoro rurale.

Le spigolatrici, Jean-François Millet, 1857, Musée d’Orsay, Parigi

Procedendo su questa linea si giungerebbe dritto a Vincent Van Gogh, l’appassionato predicatore dei contadini del Drenthe e dei minatori del Borinage, quel popolo di disperati che lotta ogni giorno per la sopravvivenza. Infatti è realista Van Gogh quando nel 1885 dipinge I mangiatori di patate. (qui un approfondimento sul pittore olandese)

Negli stessi anni anche in Italia nasce e si sviluppa una corrente realista. Giovanni Fattori, Silvestro Lega e Telemaco Signorini sono solo alcuni dei nomi che si possono annoverare tra i Macchiaioli.

La sala delle agitate (dettaglio), Telemaco Signorini, 1865, Galleria d’arte moderna di Ca’ Pesaro, Venezia

Diversamente che in Francia qui i pittori realisti danno vita ad un vero e proprio movimento che ha un nome e soprattutto un luogo d’origine, il Caffè Michelangelo a Firenze. Anche se con connotazioni meno sociali e politiche la loro pittura nasce da un identico spirito positivistico che li spinge ad una rappresentazione oggettiva della realtà.

Il realismo non riguarda solo i soggetti, prevalentemente paesaggi e ritratti, ma anche e soprattutto la tecnica. La pittura a macchie, che denomina il movimento, costituisce la grande innovazione dei realisti italiani e spiana la strada al nascente Impressionismo.

Antonietta Pignataro
Antonietta Pignataro
Antonietta Pignataro, laureata in materie letterarie con indirizzo storico-artistico. Ha svolto attività di catalogazione per la Soprintendenza B.A.A.A.S. Ha ricoperto il ruolo di professore a contratto presso la cattedra di Storia dell'Arte Contemporanea del Politecnico di Milano, ha collaborato con la rivista "Miscellanea", pubblicato saggi e presentato mostre.

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