giovedì, Luglio 18, 2024
HomeArte nella storiaLe tele senza volto di Magritte

Le tele senza volto di Magritte

Magritte nega i volti, sconvolge le forme, gli spazi, la materia e annulla senza pietà ogni personalità individuale.

Frutti come la mela verde e uccelli come la colomba compaiono in moltissime tele
dell’artista per coprire i volti dei personaggi raffigurati. Ma perché adoperare a questo scopo anche un telo bianco?

Il figlio dell’uomo (dettaglio), René Magritte, 1964, Collezione privata

David Sylvester, biografo del pittore, ha collegato questa singolare scelta a un
tragico episodio della vita di Magritte. Per comprenderlo a pieno si deve fare un salto nel passato e tornare all’infanzia dell’artista.

René Magritte nasce in Belgio il 21 novembre 1898 in una famiglia agiata: il padre sarto, due fratelli piccoli e una madre amorevole. Non sembrano esserci problemi.
Quando si trasferiscono a Chatelet, nel 1910, la madre si ammala di una grave forma depressiva. Non viene curata e perciò peggiora velocemente.

Due anni dopo, il 12 marzo 1912, si getta nelle gelide acque del fiume Sambre.
Le ricerche continuano per tutta la notte. Dopo ore interminabili, la donna viene trovata priva di vita proprio da suo figlio, affogata, con la testa avvolta nella camicia da notte.

Magritte non ha ancora quattordici anni quando assiste al ritrovamento del cadavere.
Lo shock è talmente grande da rimanere impresso nella sua giovane mente. Un drappo sul volto di un morto. Un incubo straziante ad occhi aperti.

Magritte sente il bisogno di indagare il senso della vita e della morte e ci riesce grazie al mistero dell’essere. Va oltre le apparenze, le forme, i connotati.
Nasconde l’identità di chi raffigura e guarda al reale oltre i suoi limiti, oltre gli inganni e l’ambiguità di essere qualcuno e non qualcun altro.

La Grande Guerra (dettaglio), Renè Magritte, 1964

Molti dei suoi dipinti sono accumunati dalla copertura dei volti dei personaggi. Hanno sempre un velo, un lenzuolo, un sudario di colore bianco che avvolge loro la testa e impedisce sia la vista che il contatto tra l’uno e l’altro.

Gli amanti del 1928 sono disposti frontalmente. I volti si toccano. Guancia a guancia. Possono sentirsi, ma non si vedono. Chi è nascosto sotto al velo? Molti se lo chiesero.
Quando il dipinto venne reso noto era da poco venuto a mancare il padre dell’artista.
Molti critici d’arte videro in quel bacio – che non si può dare e che non si può ricevere – la condizione stessa della morte.

La vista negata spinse l’artista a un “nuovo modo di vedere”, a cercare l’inconoscibile e a renderlo visibilmente ambiguo. Apparente, non nella sua essenza.

Gli amanti, René Magritte, 1928, MoMA, New York

Gli amanti in realtà potrebbero essere chiunque. Non è importante conoscere i loro volti per sapere che si reggono in piedi perché sono accostati l’uno all’altro. Rientrano in un’altra dimensione, dove non si può conoscere nulla al primo sguardo e nemmeno al secondo. Bisogna guardare oltre, in una dimensione metafisica.

Non è mai possibile vedere la realtà per ciò che è. Quello che si vede è una delle tante possibilità del reale e anche il suo contrario. Ecco come il lenzuolo, questo telo bianco, assume valore nella creatività di Magritte. Il colore bianco è tipico del sudario messo sopra il corpo del defunto. Indica, perciò, il colore del lutto e più genericamente quello della morte, soprattutto prematura (in questo libro puoi trovare un approfondimento su Magritte e le sue opere).

Magritte nega i volti, sconvolge le forme, gli spazi, la materia e annulla senza pietà ogni personalità individuale. Negare allo spettatore di poter vedere i lineamenti dei personaggi è un modo di affrontare il dolore, raffigurarlo per chiamarlo alla memoria e riviverlo.

I suoi dipinti sono il luogo del dramma e della perdita. È davvero un modo per esorcizzare e superare il lutto della madre? O è una chiave di lettura tragica della realtà come velo che separa e nega l’aria e perciò la vita? Per noi spettatori è un modo per specchiarci, identificarci nelle tele.

Sotto quel lenzuolo, che non permette connotazione, rappresentazione e riconoscimento, può esserci chiunque. Puoi esserci anche tu.

Rosa Pascale
Rosa Pascale
Maestra in Scenografia. Dopo la laurea si dedica anima e corpo alla scrittura. Dopo aver conseguito il Master di Primo Livello in drammaturgia all’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio d’Amico, ha lavorato sul set di alcuni cortometraggi e produce diversi lavori teatrali. S’interessa d’arte e d’arte concettuale, per indole e formazione, combinando lo spazio della rappresentazione all’inchiostro della penna.

Altri articoli dallo stesso Autore

L’arte degli artisti: opere, carattere e personalità

Che rapporto c’è fra opere d’arte e personalità degli artisti? Le opere d’arte rivelano davvero il loro creatore? L’idea dell’interdipendenza tra il carattere d’un uomo...

L’importanza della cornice

Per definizione, la cornice è un telaio che racchiude quadri, specchi, fotografie e tanto altro. Generalmente di legno, la cornice è un riquadro, che circonda,...

La risonanza dell’arte

Dichiararsi presenti è l’unico modo per trovare un nesso tra il nostro essere e l’essere dell’artista. L’arte si impadronisce di noi, diventa parte del...

Come si valutavano un tempo le opere d’arte?

Più o meno tutti sono convinti che la categoria professionale degli artisti costituisca una specie a parte, distante dal resto dell’umanità. Ma di base l’arte,...

Most Popular

Recent Comments