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L’ossessione e l’ozio creativo

Cos’è un’ossessione se non un’idea, una parola, un’immagine che persiste nella mente di qualsiasi individuo?

Un tempo era così: sul vocabolario, l’ossessione veniva definita come una “presenza persistente e ineliminabile di un’idea o di un’emozione” e la maggior parte delle persone sane, o quantomeno quelle inclini per personalità o temperamento a forti passioni, si consideravano spesso ossessionate. Se, dunque, l’ossessione si manifesta nello zelo per lo studio o nel lavoro, perché pensare a qualcosa di negativo? Come è diventata sintomo di alcune malattie psichiche?
Trovarne esempio tra l’arte degli gli artisti è cosa ovvia.

Le ossessioni hanno una storia impersonale e collettiva. Si legano alle varie epoche storiche, alle regioni, agli strati sociali, alle professioni e a molti altri fattori. Gli artisti, più volte, incappano in una stessa ossessione collettiva, come trascinati da un’onda d’entusiasmo generale.

Ossessionati, si notano cambiamenti, sia reali che immaginari, nell’atteggiamento degli artisti di fronte al proprio lavoro e a quello altrui.
Non più soggetto alla regolare routine di bottega, l’artista lavora per conto proprio e stabilisce le sue abitudini.

L’opere buone non vengon fatte senza esser prima state lungamente desiderate.

Giorgio Vasari

Più svincola la sua figura da quella dell’artigiano, più va creandosi una nuova identità d’artista, che dimostra un impegno più profondo nel suo lavoro. Ossessionarsi non è affatto una prerogativa, anzi, con tutta la libertà raggiunta, prende forma un altro tratto di carattere, in parte contraddittorio con quanto descritto finora.

Se, infatti, l’artista può abbandonarsi a piacimento alle proprie fantasie e dedicarvi tutto il tempo necessario, può anche mostrarsi ambiguamente pigro.
In tutti i tempi e di tutti i paesi, la pigrizia congenita è sia flagello che ristoro dell’umanità, a seconda dei punti di vista. Quella a cui faccio riferimento è essenzialmente diversa, perché strettamente legata all’atto della creazione.

Ogni artista ha bisogno d’introspezione e per osservarsi dentro occorrono pause, sospensioni, interruzioni d’ogni tipo. Ancora una volta, se l’abile mano di qualsiasi artigiano è in grado di lavorare senza sosta e a volontà, quella delicatissima dell’artista resta ferma, in attesa del dono dell’ispirazione.

E l’ispirazione, si sa, non può essere forzata, nemmeno sotto pressione.
Ad alcuni periodi di lavoro intenso l’artista ne alterna altri di totale
inattività.

Il lavorare per vivere, e il fare per bisogno dalla mattina alla sera, è cosa non da uomini che abbiano per fine la gloria e l’onore, ma da opere, come si dice, e da manovali; l’opere buone non vengon fatte senza esser prima state lungamente desiderate” osserva il sempreverde Vasari.

Dal Cinquecento in poi è comune affermare che artisti non si diventa, ma si nasce.

Leonardo afferma e insiste che la pittura non può essere insegnata a chi non è portato di natura. D’altronde la dichiara la più superiori delle arti, finanche superiore alle scienze, perché tutte le opere d’arte sono inimitabili. I periodi fermi, d’intervallo, in realtà sono momenti di grande studio e riflessione. Senza questi periodi l’esecuzione è vana.

Occorre diventare padroni di se stessi e del proprio tempo per abbandonarsi all’ozio creativo, che non sempre è solamente temperamento artistico, molte volte è anche una questione di personalità.

Nel campo di ogni lavoro professionale c’è chi ha bisogno dell’ozio per poter pensare e agire creativamente.
È una questione di ritmo. La ciclica alternanza di inazione e di lavoro intenso segue la naturale inclinazione di ogni artista.

Rosa Pascale
Rosa Pascale
Maestra in Scenografia. Dopo la laurea si dedica anima e corpo alla scrittura. Dopo aver conseguito il Master di Primo Livello in drammaturgia all’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio d’Amico, ha lavorato sul set di alcuni cortometraggi e produce diversi lavori teatrali. S’interessa d’arte e d’arte concettuale, per indole e formazione, combinando lo spazio della rappresentazione all’inchiostro della penna.

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