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Ombre e luci sul fashion system

Siamo davvero pronti a mettere in discussione il nostro modo di acquistare?

L’industria del fashion è innegabilmente una delle più importanti e proliferanti al mondo, ma la sua crescita è da sempre fondata sulle disuguaglianze e sull’antropocentrismo.

Già nel 1972 Victor Papanek nel suo trattato Design for the real world (puoi trovarlo qui) mette in guardia sul ruolo che il design ha nello stile di vita delle persone. Secondo lui, induce le masse ad acquistare cose che non gli servono, con soldi che non hanno, per impressionare persone a cui non interessa.

Tutto questo sulle spalle dell’ambiente e delle popolazioni nei paesi in via di sviluppo, aggiungerei.

È un discorso ancor più vero per il mondo della moda, soprattutto con l’avvento del fast fashion. Questo settore “fast” dell’industria, istantaneamente riproduce i trend delle passerelle con materiali scadenti ed un ciclo produttivo opaco. (Qui un articolo interamente dedicato al fenomeno del “fast fashion”)

Molto spesso questi capi si usurano ancor più velocemente di come son stati creati e rilasciano microplastiche durante i lavaggi. Il loro punto forte, che li ha portati in auge, è stato il prezzo conveniente. Grazie alla spesa minima, ogni persona ha potuto permettersi un ricambio continuo di outfit.

Nel 2013 c’è stata la distruzione di questo finto “Eden della moda” con il crollo del palazzo Rana Plaza in Bangladesh.

Nonostante fosse stato dichiarato inagibile e da evacuare, all’interno di questo edificio si trovavano molti lavoratori del ready-made. Obbligati a confezionare capi per un sistema troppo veloce, 1134 persone hanno perso la vita. Un disastro senza eguali che ha aperto gli occhi sulle condizioni lavorative della filiera della moda e sulla realtà dietro la vendita di una t-shirt a 2 euro.

Non sono affatto preoccupazioni nuove, ma sono problemi ancora non adeguatamente affrontati dal fashion system.

È ormai il termine stesso “sostenibilità” ad essere diventato obsoleto. Questa parola è corrotta, non più identificativa con gli ideali originali di rivoluzione.
Anzi, purtroppo oggi le aziende utilizzano questa retorica come strumento per superare la concorrenza e circumnavigare i problemi reali.

Cambiano etichette, grafiche e parole utilizzate, ma in realtà si sottoscrive l’ennesimo patto silente con il consumatore. Lucrano sul suo desiderio di avere il minor impatto ambientale possibile. L’effetto non è purtroppo diverso, dal momento che i ritmi di produzione e di scarto restano sempre alla stessa velocità.

Parte del problema risiede nel trovare un nuovo modo di comunicare la propria intenzione da parte dei brand che sia efficace, creativo e chiaro, per poter coltivare il pensiero ecologico orientato al fashion.

Borsa Padded Jodie in gomma, Bottega Veneta

Un esempio in direzione opposta è la nuova politica delle riparazioni di Bottega Veneta. Quest’ azienda italiana del lusso, conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo, ha deciso di garantire assistenza a vita alle sue celebri borse grazie al Certificate of Craft.

A partire da novembre 2022 ci sarà la possibilità di far riparare un numero infinito di volte i prodotti di questa maison, rallentando a tutti gli effetti i ritmi di scarto usuali.

Annalisa Di Filippo
Annalisa Di Filippo
Appassionata di arte e di moda, si laurea in Fashion Design presso l'Accademia di Belle Arti di Napoli con una tesi in Cultura del progetto e design degli accessori. Approfondisce, inoltre, il rapporto tra tradizione e design con uno stage presso Edit Napoli, entrando nel vivo dell'evento internazionale di design. Grazie all'amore per la pittura e alla cononoscenza derivante da studi diversi, condotti nel corso del tempo e in ambiti vari, come anche i tre anni di Giurisprudenza dopo il liceo scientifico, cerca di coltivare uno spirito critico nei confronti della società contemporanea e del sistema moda.

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