lunedì, Giugno 17, 2024
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Quando lo stupore genera dolore

L’arte in un’emozione

Le Marie intorno sembrano infuriate dal dolore – Dolore furiale. Una verso il capo – a sinistra – tende la mano aperta come per non vedere il volto del cadavere e il grido, il pianto, contraggono il suo viso, corrugano la sua fronte, il suo mento, la sua gola. L’altra, invece, con le mani tessute insieme, con i cubisti in fuori, ammantata piange disperatamente. L’altra tiene le mani su le cosce con ventre in dentro e ulula.

Sono queste le parole che Gabriele D’Annunzio scrive nei suoi Taccuini quando, nel settembre del 1906, visita la città di Bologna ed entra nella chiesa di Santa Maria della Vita. In quel luogo, dalla seconda metà del Quattrocento, è custodito un gruppo di sculture di cui non si sa molto, se non il nome dell’artista, ben inciso su una delle figure: Niccolò dell’Arca.


L’artista fa fortuna nei cantieri bolognesi di San Petronio. Partecipa al completamento dell’Arca di San Domenico (da cui si procura il soprannome “dell’Arca”) e questo capolavoro non lascia per nulla indifferente lo scrittore italiano, seppur non deve essere stato semplice per lui osservarlo. Questo Compianto sul Cristo morto era stato spesso celato agli occhi dei fedeli.

L’opera è sublime: una rappresentazione della disperazione che si condensa nelle infinite grida dei soggetti scolpiti, riproduzione della sofferenza dell’intera umanità.
Niccolò dell’Arca compone, infatti, la scena in modo teatrale, collocando sette personaggi, disposti in semicerchio intorno al Cristo disteso. La sua figura si presenta magra, smunta, con la bocca socchiusa, estremamente provata per le sofferenze patite. Al suo fianco, inginocchiato e con le tenaglie nella cintola, è posto Giuseppe d’Arimatea, l’unico a interagire, attraverso lo sguardo, con l’osservatore. Al suo fianco è posta Maria di Giuseppe, madre di Giacomo e Giovanni Evangelista. Il suo dolore è intenso ed è presentato dall’artista con le dita delle sue mani che ghermiscono la carne delle sue gambe. Ancora, è presente, Maria, madre di Cristo, e Giovanni che appare in una posizione quasi ieratica come se volesse tenersi distante dalla disperazione e dal dolore.

Ma sono le ultime due figure a eccellere nella resa dell’emozione e dell’intensità: si tratta di Maria di Cleofa e della Maria Maddalena. Entrambe le donne sono raffigurate nell’atto di urlare, quasi a voler rappresentare una difesa nei confronti di una morte inaccettabile come quella del Signore.
L’urlo di Maria di Cleofa è contenuto, e la disperazione, oltre che dal suo volto, sembra emergere dalla resa delle mani con cui cerca di allontanare l’orrore di quella visione.
Invece, l’urlo della Maddalena è infinito: un esempio di pathos artistico che supera stilisticamente le grida di tutta la cristianità. La donna è raffigurata di corsa, contrapponendosi ad un forte vento che le incolla le vesti al corpo, enfatizzando la sua disperazione. E’ la rappresentazione di una donna reale, sopraffatta dal dolore, che non riesce a nascondere le sue emozioni e la sua sofferenza.

L’artista ha plasmato emozioni senza nessun tipo di filtro: ci ha messo di fronte ad uno stupore così sconvolgente che ne genera dolore. Cancella ogni aspettativa, ogni sogno. La speranza fino a qualche minuto prima, aveva dominato gli animi delle figure, ora, invece, rassegnate e sconvolte dinnanzi a quel corpo inerme e composto. Ormai la loro serenità è in discussione.
Niccolò dell’Arca è stato in grado, attraverso un sapiente uso della terracotta, di rappresentare un’emozione difficile da comprendere. Uno stupore travolgente e sofferente, genera dolore. Permette a chi osserva di immedesimarsi nella psicologia dei singoli effigiati che, sopraffatti dagli eventi, perdono il controllo dei loro corpi e delle loro azioni, diventando esseri fragili.

Rosamaria Imbelli
Rosamaria Imbelli
Dopo la maturità classica nel 2017, l'interesse per l'arte l'ha portata a frequentare il Corso di Laurea Triennale in Scienze dei Beni Culturali, presso l'Università degli Studi di Salerno, dove ha conseguito la laurea nel 2020 con una tesi in Storia dell'Arte Moderna. Nel 2023 ha conseguito la laurea magistrale in Storia e Critica d'Arte, presentando un elaborato finale in Iconografia e Iconologia. Nel 2021 ha frequentato il Percorso d'eccellenza in Social Media Management per i Beni Culturali in collaborazione con Incoerenze, agenzia di Eventi e Comunicazione e il corso per la “Catalogazione tra tutela e valorizzazione” presso la Fondazione Scuola Beni Attività Culturali, con sede a Roma. Ha svolto un tirocinio presso l' Archivio di Stato di Benevento, dove ha affinato le capacità di inventariare, catalogare e conservare testi antichi, partecipando anche all'allestimento di mostre temporanee, finalizzate all'esposizione di documenti d'archivio di particolare rilievo storico. Un altro tirocinio lo ha svolto presso la Redazione Social del Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale presso l'Università degli Studi di Salerno. Oltre la passione per le arti figurative e le tematiche legate al collezionismo italiano e internazionale, segue con interesse il mondo della musica, del teatro e della cinematografia.

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