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Santa Maria in Cosmedin

Lungo il corso del fiume Tevere, a pochi passi dal colle Aventino e dall’Isola Tiberina, si trova uno dei principali luoghi di culto romani nonché tappa imprescindibile per i turisti a Roma: la Basilica di Santa Maria in Cosmedin (qui un testo sull’argomento).

Il nome non vi suggerisce niente? Forse perché nella maggior parte dei casi, identificandola con un particolare “elemento” conservato nel suo portico, ci si riferisce ad essa con un’altra denominazione: Bocca della Verità.

Ebbene sì, è proprio Santa Maria in Cosmedin la casa del celebre e misterioso mascherone marmoreo che rappresenta il volto di un uomo barbuto nella cui bocca, forata, è possibile inserire la propria mano per scoprire – come suggerisce la leggenda – se si sta mentendo o meno: se la bocca la inghiotte si è colpevoli, in caso contrario no.

L’aura di mistero del mascherone – che in epoca romana non era nient’altro che un tombino la cui effige raffigura, come consuetudine, quella di una divinità fluviale – è stata notevolmente accresciuta grazie ad una simpatica scena della pellicola del 1953 Vacanze romane in cui Audrey Hepburn e Gregory Peck durante il loro giro in vespa della città fanno tappa alla basilica romana e inseriscono la mano all’interno del mascherone.

L’importanza del mascherone e il fascino che esso ancora esercita è indubbio ma spesso eclissa la storia del suo contenitore, la Basilica di Santa Maria in Cosmedin, che si lega strettamente al mondo orientale.

Roma e i rapporti con l’Oriente

Le origini della chiesa risalgono al VI secolo. Essa viene costruita sopra l’Ara di Ercole (il primo luogo di culto, a Roma, dedicato a Ercole). Nella parte orientale del Foro Boario (il mercato del bestiame che si estende lungo la riva sinistra del Tevere) alcune strutture dell’Ara sono ancora visibili sotto l’altare, nella cripta fatta costruire nel 782 da Papa Adriano I per accogliere le reliquie estratte dalle catacombe romane. Allo stesso pontefice si deve il successivo ampliamento della chiesa, suddivisa in tre navate, ciascuna terminante con un’abside.

Nel corso dei secoli, in seguito a incendi e distruzioni, la chiesa viene restaurata più volte. Esternamente si trova il portico, anche esso restaurato numerose volte, che a partire dal 1632 ospita il famoso mascherone marmoreo. Nel VI secolo tale portico viene riadattato per la creazione di una diaconia ovvero di una fondazione cristiana che funge da centro assistenziale per i poveri, i pellegrini e tutti coloro che hanno necessità i quali possono, dunque, usufruire delle attività caritative organizzate e promosse dai membri di tali centri.

A capo di ogni diaconia c’è un dispensator. Quello di Santa Maria In Cosmedin è un certo Eustazio il quale registra le donazioni fatte in un’iscrizione posizionata ai lati del portale principale della chiesa. Grazie ad alcuni elementi riconoscibili nell’iscrizione è possibile desumere delle informazioni che permettono di identificare Eustazio come parte di una comunità grecofona.

Questo non sorprende se si considera che la chiesa è situata in una zona, quella del Tevere, che è il centro della comunità greca a Roma. Il legame con il mondo orientale è ben evidente nell’intitolazione della basilica alla patrona di Costantinopoli, Maria, con il toponimo “in Cosmedin” che evoca il Cosmidion, un monastero dedicato ai santi Cosma e Damiano situato alle Blacherne, un sobborgo di Costantinopoli famoso per la presenza di uno dei più illustri santuari mariani.

Nel caso della Basilica di Santa Maria in Cosmedin si assiste, dunque, all’appropriazione da parte di Roma di due importanti culti orientali: quello di Maria, fortemente sentito a Costantinopoli, e quello dei santi Cosma e Damiano.

La domanda sorge spontanea: perché Roma, a cui di certo non mancano culti propri, si appropria di quelli orientali? Tra il VI e il IX secolo Roma avverte la necessità di presentarsi come il centro, il punto di riferimento della cristianità e per fare ciò è essenziale ergersi come rappresentante di tutti i fedeli.

A questo scopo il Papato affianca al culto dei santi locali quello di santi stranieri, provenienti dall’Oriente. In questo modo tutti i cristiani possono guardare alla città pontificia come punto di riferimento religioso. Dedicando oratori e basiliche a questi santi, accogliendo le loro reliquie, traducendo in latino le loro passiones (le vicende del martirio, spesso romanzate) si contribuisce a renderli parte della quotidianità della città.

In questo modo la comunità grecofona – composta per la maggior parte da rifugiati orientali in fuga dalle persecuzioni iconoclaste bizantine – trovano i propri santi lontano da casa e ad essi si affidano; la popolazione locale, invece, impara a conoscerli. Alla fine del periodo alto-medievale Roma ospita una quantità immensa di santi, locali e non, e può essere davvero considerata il centro della cristianità.

Cristina Capone
Cristina Capone
Cristina Capone, laureata in Scienze dei Beni Culturali e laureanda in Storia e Critica d'Arte presso l'Università degli Studi di Salerno. Ha svolto attività di tirocinio presso la Mediateca MARTE di Cava dei Tirreni e l'Archivio di Stato di Salerno, ha collaborato con la delegazione FAI di Salerno in occasione delle giornate dedicate alla scoperta delle opere d'arte contemporanea ospitate presso l'Università degli Studi di Salerno.

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